Al tavolo da poker, si siedono sempre le stesse tipologie di giocatori.
Se guardi bene, puoi studiarli ed accorgertene facilmente.
C'é sempre quello che si crede il più forte,
perché ha appena vinto un torneo con tutti in sit out per problemi tecnici.
Ed ha creduto, invece, ci si fossero messi per la paura che incute anche solo il suo nome:
' Vispaccotutti'.
C'é sempre quello che finge di non saper contare i punti,
o di essere il fratello minore di uno che é momentaneamente al cesso.
E tu sei lì, combattuto tra il mandarlo gentilmente a quel paese,
o fingerti scemo.
C'é chi utilizza la chat della poker room per racimolare contatti di donne,
che si spertica in complimenti sul tuo gioco,
che, se lo butti fuori con un poker d'assi, dopo che lui ti ha seguita con J5, ti dice:
"Sono stato generoso perché sei una bella donna".
C'é quello che fa slow play e finge di non aver niente di eccezionale in mano.
Ti vuol far credere che non valga la pena di puntare, sulle sue carte, e va a finire che gli credi.
Così punti tutto e, inaspettatamente, lui viene a vederti.
Piangere.
Anche al mio tavolo dell'amore si sono seduti gli stessi personaggi.
C'é stato Golia,
che ha creduto di potermi trattenere con la paura.
Ma non ha calcolato che la mia percentuale di vittoria, 112, è anche il numero della polizia.
Mi sono poi fidanzata con Davide,
il fratello minore di Golia.
Ma lui, davvero, era troppo piccolo per credere nella fattibilità dei sogni.
Mi sono innamorata di Marco,
che mi ha donato tutte le sue fiches.
Per poi scoprire che aveva altri quattro tavoli aperti.
Poi c'é stato Luca,
che mi ripeteva di non aver nulla di eccezionale, nell'anima.
Ma che mi ha comunque portata all' all in, il mio.
Al tavolo da poker si siedono sempre le stesse tipologie di giocatori.
Così come al tavolo dell'amore.
Ma questa volta non sarà così.
Non sarò più vittima della paura di un rilancio,
smetterò di chattare nei momenti difficili,
non cadrò sotto i colpi ben assestati di un bluff.
Sgomberiamo subito il campo da luoghi comuni, ormai invivibili per sovraffollamento:
il sesso a tre non è così figo come dicono.
A dispetto dell'argomento, credetemi. Parlo di sentimenti.
Il sesso a tre è solo una squallida invenzione dei produttori di film pornografici e gestori di sexy shop,
per vendere più film e farci comperare cazzate inutili, che non servono.
(o per lo meno, non a tutti.)
Comunque, se proprio non volete credere a questa verità dogmatica che Lamicragna vuole generosamente estendere al mondo, almeno seguite queste semplici, ma indispensabili, regole per vivere al meglio un menage a trois.
5 REGOLE BASE PER NON PENTIRSI TUTTA LA VITA DI AVER FATTO SESSO A TRE:
1. Fate in modo che le altre due persone non siano amiche, né con voi, né fra di loro.
L'amicizia ed il sesso non vanno d'accordo.
E' inutile che si dica di no.
Non mi perdonerò mai di aver scoppiato i nuovi possibili Franco&Ciccio.
(non è vero, ciò mi riempie d'orgoglio)
2. Non dovete assolutamente essere sentimentalmente legate/i ad uno/a dei/delle due.
Ché poi succede che ti dica "non riesco più a guardarti negli occhi".
Mentre poche ore prima riusciva benissimo a guardarti le tette.
Ma, si sa, molti uomini sono così.
Sognano una dea,
ma sposano un dio.
L' orgoglio.
3. Non fatelo mai se poi dovete restare nella stessa casa per giorni.
Mai in vacanza, mai nei weekend programmati, mai durante gite fuori porta.
E' indispensabile che, poi, ognuno torni a casa propria.
Condividere la stessa casa per i giorni successivi porta con sé una serie di altri problemi logistici.
Tipo: "stasera chi dorme con chi?",
"io resto sul divano, prendete voi la matrimoniale",
"ma se dormiamo tutti sul matrimoniale, che stiamo più comodi?",
"sei una zoccola".
Che poi, non ho capito.
E' come se Brook Logan si sposasse in abito bianco,
dopo che si è fatta mettere incinta da tutta la famiglia Forrester e pure dal marito di sua figlia.
E, forse, pure da sua figlia.
4. Mai farlo se in casa ci sono altre persone presenti.
Ché poi, la mattina a colazione, vi sembrerà di scendere al refettorio delle elementari.
Commenti, battute, telefonate incredule di amici a cui è stato mandato un sms notturno.
Insomma, già in tre si è abbastanza.
5. Evitate categoricamente di farlo, se siete già fidanzate/i.
E' vero che le cose vanno fatte per bene, altrimenti è meglio non farle.
Però, davvero, avere un amante è già abbastanza.
Anche perché, in questo modo, avrete sulla coscienza ben due omicidi,
qualora il vostro partner vi scoprisse.
Insomma, nella disperata impresa di riacquistare un po' di romanticismo,
Lamicragna sostiene che l'intimità che si conquista, acquista e costruisce in due non ha paragoni.
Oh, poi è soggettivo.
Se una si fidanza con Giuliano Ferrara,
ben venga qualsiasi altra forma di sesso che non comporti la presenza di Giuliano Ferrara.
(Disclaimer: Lamicragna ricorda che questo blog può riportare fatti non realmente accaduti, quindi rappresentare anche semplici fantasie di una mente mononeuronale di bionda.
Figuriamoci se Lamicragna avrebbe fatto sesso a treun post sui sentimenti.)
Che l'abito, in amore, faccia il monaco è verità dogmatica ed inconfutabile.
La prima cosa di più simile ad un fidanzato che Lamicragna riuscì faticosamente a conquistare fu uno dei teppistelli del gruppo di preparazione alla cresima.
Uno di quegli insopportabili adolescenti tutti bomber e sigarette che non sanno nemmeno come tenere in mano (figuriamoci come possano saper fare altro) e che si atteggiano a capi-branco di un branco di decerebrati che se scelgono di farsi sottomettere da uno così non c'è tanto da esserne fieri (di essere il loro capo).
Insomma, Lamicragna, con la sua aria da perfetta secchiona e due tette già non indifferenti, aveva conquistato le attenzioni di Gionatan (che uno a cui i genitori hanno dato un nome del genere devi starci attenta, ad imparentartici).
E' durata tre giorni, il tempo di andare in trasferta fuori città per il ritiro spirituale pre-confermazione, e poi tutto si è risolto nel nulla.
Credo finì perché mi ero rifiutata di dargliela, ma a quattordici anni credevo di essere avantissimo a far scivolare le mani dei maschietti addirittura sotto i vestiti. E poi, puntavo spudoratamente sulle tette.
Ma tre giorni di frequentazione erano bastati per farmi diventare una veracoatta romana.
La coatta romana è colei che indossa tuta dell' Adidas di colori improponibili (nel caso specifico, blu elettrico e banda giallo oro), scarpa blu elettrico American Eagle (gesùddiosantissimo) con zeppa chilometrica, canottiera anche il 23 Febbraioe bomber rigorosamente argentato.
Ovviamente, il tutto accompagnato da un impeccabile maquillage da prostituta che ha appena attaccato il turno.
Un altro fidanzato di Lamicragna era uomo d'armi.
Un alto ufficiale, per intenderci.
Fortunatamente erano passati anni dall'episodio coattifero e Lamicragna si era completamente disintossicata fa paillettes, zeppe e trucco discutibile.
Perchè la vita da first lady non ti permette di fare passi falsi, soprattutto da sopra un tacco dodici (o da una zeppa).
Cene di gala su cene di gala.
Salamelecchi e presentazioni ufficiali.
Saluti al comandante, al generale, alla splendida moglie incartapecorita in un tailleur blu torroncino del generale.
Fortunatamente il vino si sprecava, e non c'è stata una cena o una ricorrenza in cui Lamicragna non sia stata trascinata e sorretta a quattro braccia fino al guardaroba del circolo ufficiali per recuperare la pelliccia di finto visone.
Così, dopo un quinquennio, sfido chiunque a non diventare una perfetta Miss Bon Ton
(con un non proprio irrilevante problema di alcolismo).
Miss Bon Ton è sempre tenuta ad essere perfetta.
Fasciata in lunghi abiti neri, possibilmente coi capelli raccolti in un fermaglio argento.
Decolté(?) tacco dodici e girocollo di perle, anellone di diamanti bene in vista e due Tour Eiffel che pendono trionfanti e gravose dalle orecchie.
E ti guardi allo specchio, il mattino dopo, scoprendoti Dumbo.
Un altro fidanzato di Lamicragna, invece, era assiduo frequentatore di centri sociali.
Non c'era altro luogo dove passare le serate, ogni santissimo weekend che diallah ha creato.
Ora.
Lamicragna non ha nulla contro i centri sociali.
La gente è liberissima di andarci, ci mancherebbe.
A Lamicragna, invece, mancherebbe troppo il riscaldamento. In primis.
Va nei locali al chiuso per ballare nuda, non nei locali all'aperto per ballare vestita.
Ma tant'è.
Dopo un anno di storia, Lamicragna si era trasformata nella Perfetta Punkabbestia.
La Perfetta Punkabbestia è colei che tenta di essere comunque femminile in un contesto dove l'androginia sembra farla da padrone. (Se solo non ignorassi il significato di 'androginia', potrei anche compiacermi della bellezza formale della frase) Minigonna jeans un po' scolorita, ma molto corta.
Stivale basso tipo anfibi e calze spesse ed elastiche (pena subitanea ibernazione, appena giunti nel centro sociale) e immancabile felpa con cappuccio (o maglia col cappuccio, o canottiera col cappuccio).
(Insomma, il cappuccio è condicio sine qua non dell'esistenza punkabbestiale)
E, alla fine, vorresti solo trascorrere una serata al miserissimo pub irlandese del tuo quartiere.
Che di irlandese ha solo il muschio dell'umidità fra le panche in legno.
Oggi, finalmente, sento di aver riacquistato un'autentica normalità, nel vestiario.
Anche perchè l'idea di weekend tossici e serate da gran signori mi annoia,
preferisco la tranquillità domestica.
Ed in casa, si sa,
a stare vestiti si sta scomodi.
I fatti acquistano la qualifica di 'errori' solo quando (e se) vengono scoperti.
Tremo, per la neve.
Temo, per me stessa.
T'amo, ma non basta.
(Perché tu, io lo so, sei migliore di me)
La paura è come un'amante eccezionale, a cui perdoni che ti prenda in giro dopo aver fatto l'amore.
Timore parla, lo spio da dietro la porta.
Racconta di te, di tutto quello che ho creduto di aver fatto per te.
E ride.
Non mi lamento, in fondo, perché.
(Perché tu gli darai tutto quello che hai)
A promettere l'infinito siam tutti buoni. Chi non lo fa, si crede sincero. In realtà, è solo crudele.
Se amore fa rima con sogno, non vedo perché si debba essere veri.
E la crudeltà di svegliare da un sogno non si perdona.
Ma la sincerità va apprezzata, dicono.
Io ho solo smesso di sperare che qualcuno mi creda.
(Perché, finché vivrai, amerai solo lui)
La competizione non è per tutti: è necessario arrendersi all'evidenza che alcuni di noi non vinceranno mai una medaglia.
Per problemi di cuore, il dottore, a dodici anni, mi proibì l'agonismo in qualsiasi sport.
Soprattutto la corsa.
Sono cresciuta con l'idea che niente dovesse richiedere troppa fatica, pena l'arresto del mio cuore.
Quello che il dottore non mi aveva detto, però, è che non si riferiva all'amore.
(Non farò niente per riportarlo da me)
Spero ti sia divertito almeno tu, leggendo.
Perché io no, proprio non riesco a smettere di piangere.
Da venticinque anni, ogni anno, appendo la calza per la Befana.
Non mi vergogno di ammettere che lo faccio anche ora,
adesso che non sono proprio più una pupetta coi nastrini rosa tra i capelli.
Per anni ho chiesto di trovare nella calza,
la mattina del sei gennaio, la stessa cosa:
un mondo perfetto.
In un mondo perfetto
(nel mio mondo perfetto),
io sarei perfetta.
E quando dico "perfetta" non intendo solo che somiglierei alla Seredova.
(qualche centimetro in più di collo anche a lei non starebbe male, in realtà)
Intendo dire che troverei, ed avrei trovato, il giusto mezzo per tutto.
Invece di sporcare l'amore, avrei semplicemente fatto a meno di indossarlo in una giornata piovosa.
(ché l'amore, si sa, va messo solo la Domenica)
Invece di crederlo falso, di deriderlo per il suo aspetto ottocentesco, avrei dovuto tirar fuori dal baule in cantina la coroncina e l'abito da principessa.
(ché, si sa, le maschere non le portiamo solo a Carnevale)
Invece di non fidarmi della calma e sferrare un attacco preventivo, avrei dovuto rispettare i patti.
(ché, si sa, il detto "chi attacca per primo, attacca due volte" in amore non regge, prima o poi ci ritroviamo tutti nello stesso ospedale da campo)
Vorrei essere perfetta,
perché non vorrei deludermi.
O illudermi, non so la differenza.
Continuano a ripetermi che la perfezione non esiste,
e che così non va.
Ecco perché vorrei essere perfetta.
Per andare sempre, per essere felice sempre.
Ma se tutti mi dicono che non esiste, sarà vero.
Sono andata a controllare l'etimologia della parola 'perfezione'.
Deriva dal latino, perficere.
Deriva dall'idea di compiutezza, di qualcosa di finito.
Che ormai è fatto, completamente.
Forse è per questo che non sono perfetta,
non ho ancora finito.
Magari tra dieci anni sarò perfetta,
e allora spero che ci sarai per godere di me.
Magari, una notte, mi mancherà tanto così per esserlo,
e allora vorrei proprio che ci fossi, la mattina in cui mi ci sveglierò, perfetta.
Probabilmente non lo sarò mai,
ma allora vorrei che ci fossi stato, per dire di averlo voluto vedere fino in fondo.
Ma forse, davvero, è solo per questo che non sono perfetta:
non ho ancora finito.
Anzi, se sto appendendo anche oggi la calza per la Befana,
direi che ho appena cominciato.